Crownlan RED

Il valore dell’humanitas nell’età del Principato

La persona e il valore dell’humanitas nell’età del Principato

Per i romani il concetto di libertà equivaleva alla mancanza di un padrone. La società romana era organizzata in forma repubblicana e l’equilibrio di poteri tra consoli, Senato, assemblee e magistrature garantiva la libertà dalla tirannide.

I cittadini liberi partecipavano alla Repubblica in modo uguale e, nonostante in quella specifica società fosse palese che la ricchezza e l’intelligenza variassero da individuo ad individuo, almeno la condizione giuridica e i diritti erano gli stessi. Libertà politica ed eguaglianza erano quindi fortemente legate.

I romani ad esempio godevano della cittadinanza, dell’esenzione dalla tortura, dell’inviolabilità del domicilio e della possibilità di far ricorso al popolo in caso di condanna. La loro soggezione allo Stato era permanente ed erano obbligati alla leva. Chi aveva uno status più elevato (nobilitas) però godeva di più “dignità” e di fatto i cittadini si dividevano in capi famiglia, liberti, uomini, donne ecc… Anche le assemblee venivano organizzate per classe di censo.

 

Il concetto di humanitas

Quando però la cultura romana incontrò il cosmopolitismo stoico e l’ideale della filantropia greca si riprese un’antica credenza di un ordine internazionale su base religiosa (Giove garante dei rapporti tra individui e patti internazionali) e si sviluppò il concetto di humanitas. Il termine è documentato per primo da Cicerone e introdotto dal circolo degli Scipioni (metà del II secolo a.C.).

L’humanitas diventò quindi un ideale universalistico che incarnava valori quali la moderazione, la magnanimità, la solidarietà e la clemenza.

Il concetto di humanitas era un prodotto della Ragione che operava sia nella società che nel cosmo e si legava anche a quello di persona. Per Cicerone inoltre era giusto definirsi cittadini del mondo, in quanto il genere umano era una società universale che condivideva la ragione e il linguaggio, mentre la legge morale universale ed eterna era la vera fonte del diritto positivo.

Nonostante la società romana fosse classista ognuno era comunque una persona a prescindere dalla nazionalità e dalla condizione e allo stesso tempo era diffusa l’idea che esistessero dei doveri dell’uomo imposti dalla natura.

 

Seneca e la visione della schiavitù

La schiavitù non era un’istituzione naturale, ma era stata introdotta con il diritto positivo ed era legale nel mondo romano. Secondo il filosofo stoico Seneca però la schiavitù andava razionalizzata e umanizzata. Il suo intento era quello di creare una forma di dispotismo illuminato, vicino agli ideali cosmopolitici dello Stoicismo.

Seneca portò avanti i suoi ideali ad esempio convincendo il suo pupillo Nerone affinché gli schiavi fuggiti per maltrattamento potessero fare ricorso contro i loro padroni. Agli schiavi Seneca riconosceva le stesse capacità morali degli uomini liberi e, sempre secondo il filosofo, la schiavitù affliggeva il corpo ma nonostante questa condizione lo spirito rimaneva libero. Ciò che contava infatti era il carattere morale che era indipendente dalla condizione in cui si viveva.

Seneca con i suoi ideali cosmopolitici e umanitari legati allo Stoicismo riuscì di fatto a dirigere la politica imperiale, riconoscendo nella figura di Nerone il “re filosofo” illuminato e rispettoso dei principi della natura, il cui potere era rivolto all’interesse della collettività.

 

Per maggiori approfondimenti si consiglia la lettura di Introduzione storica ai diritti umani di Giliberti Giuseppe, Ed. Giappichelli. Il libro è disponibile anche usato a metà prezzo su