La tarda Repubblica: Mario e la riforma dell’esercito

 

Con la sconfitta del movimento graccano la società romana era stata investita da una sorta di disaffezione nei confronti dello Stato, mentre il potere era ormai spartito fra poche famiglie nobili.

La guerra contro Giugurta, uno degli stati vassalli, aveva messo a rischio il sistema imperialistico e, proprio la paura degli equites di perdere i territori Africani e i privilegi conquistati, portò ad una ripresa del partito dei populares con esponente un uomo nuovo, Caio Mario della famiglia dei Metelli, che divenne console nel 107 a.C. e fu mandato in Africa contro Giugurta.




 

Il nuovo esercito professionale con proletari e ceto povero

Mario procedette subito in modo diverso rispetto alla tradizione, con una leva che prevedeva l’arruolamento volontario del proletariato (che fino a quel momento non aveva partecipato se non come ausiliario) a cui era promesso uno stipendium e a fine guerra un lotto di terra. Il reclutamento in massa di cittadini poveri e italici era l’unica via di uscita dalla crisi, anche se questo significava dare al magistrato alla guida dell’esercito professionale un potere enorme e anche porre le condizioni per uno scontro armato con la promessa di terre e denaro.

Mario concluse la guerra contro Giugurta e venne rieletto console e inviato in Gallia contro i Cimbri e i Teutoni sempre con il suo esercito su base professionale addestrato costantemente e sottoposto a periodi di leva molto lunghi. L’esercito rappresentava uno strumento di mobilità sociale e i legionari erano diventati più fedeli al comandante che a Roma.

Sconfitti anche i Cimbri, Mario venne acclamato come salvatore di Roma, un uomo nuovo e forte che poteva garantire pace e unità viste le rivolte che stavano coinvolgendo anche la Sicilia.

Grazie all’appoggio del proletariato militare e al sostegno dei capi delle plebe Mario diventò quindi padrone dello Stato, ma la sua posizione non era apertamente contro il Senato come avrebbero invece voluto i tribuni.

 

Nel 103 si riuscì a far approvare la Lex Appuleia de maiestate, che permetteva di incriminare i magistrati che compissero atti ostili contro il popolo.

Nel frattempo nel 101 a.C. Mario tornò a Roma e venne insignito del titolo di imperator, cioè comandante vittorioso, ma un colpo di stato organizzato dagli optimates lo fece schierarsi contro i democratici che vennero massacrati.

L’ennesima sconfitta dei populares non fece comunque abbandonare il programma di riforme. Nel 91 a.C. si propose alla guida dei popolari il figlio di Livio Druso (quello che aveva provocato la caduta di Caio Gracco) che presentò nuovamente una serie di leggi (agraria, iudiciaria e frumentaria) in linea con quelle graccane, prevedendo inoltre la fondazione di colonie e l’estensione della cittadinanza agli Italici. Proprio questa proposta gli fu fatale e venne assassinato.

 
 
La questione italica e la guerra sociale nella tarda Repubblica

Questo episodio fece comprendere agli Italici come non fosse possibile risolvere in modo pacifico i contrasti con Roma e nel 90 a.C. decisero di ribellarsi fondando una grande confederazione con un esercito, una propria moneta, delle magistrature, un Senato e un’assemblea. Roma da grande stratega decise quindi di dividere ancora una volta gli alleati e di concedere nel 90 a.C. la cittadinanza ai

Latini e alle comunità che non si erano schierate, promettendola nel 89 a.C. a chi si fosse arreso (lex Plauria Papiria).

La questione vide l’intervento di Silla e per sconfiggere la rivolta fu necessaria una concessione generalizzata della cittadinanza. La questione italica poté dirsi conclusa, la penisola venne unificata nella città stato di Roma e i nuovi cittadini vennero iscritti solo in alcune tribù perché contassero meno da un punto di vista elettorale e politico.

 

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