Le leggi Liciniae Sextiae e la nascita della nobilitas nella Repubblica patrizio-plebea
Le leggi Liciniae Sextiae rappresentano il tramonto della disparità tra patrizi e plebei e la nascita di una nuova Repubblica romana di stampo patrizio-plebeo.
Furono approvate nel 367 a.C. su proposta di due tribuni della plebe, Licinio Stolone e Sestio Laterano che già in precedenza, nel 377 a.C. avevano tentato la via dell’equiparazione delle classi. Lo scontro con il Senato in quell’occasione era stato violento e i due tribuni, vista l’opposizione patrizia, avevano iniziato ad esercitare lo strumento del veto a qualunque attività.
Vista la forte opposizione le proposte dei tribuni vennero con molta probabilità tradotte in leggi comiziali:
- La prima legge era relativa al prestito di denaro (de aere alieno) e introduceva una sanatoria. Le somme corrisposte come interesse venivano considerate un rimborso del capitale e il residuo versato in tre rate annuali.
- La seconda legge riprendeva la lex de Aventino, ripartiva il suolo pubblico (de modo agrorum) e apriva la possibilità ai plebei di accedere alle terre, affermando che nessuno poteva occupare più un certo numero di iugeri e portare al pascolo un numero limitato di bestiame.
Le due leggi però sono state messe in discussione dagli storici in quanto sembrano anticipare le lotte di classe all’età dei Gracchi.
- La terza legge permetteva finalmente l’elezione di un console plebeo (de consule plebeio), in questo caso l’assemblea popolare elesse Sestio Laterano.
La storia dimostra però che questa legge non fu messa in pratica regolarmente se non dal 320 a.C.
Il Senato di oppose alla parità politica e all’elezione di plebei, così, per superare la nuova crisi, venne creata una nuova magistratura affidata ai patrizi, il praetor.
Il praetor era dotato dello stesso imperium dei consoli, ma il suo potere era ridotto e limitato alla giurisdizione. Era una sorta di collega minore dei magistrati supremi che si pensa vennero chiamati consoli proprio in questo periodo. Allo stesso modo venne creata anche un’altra magistratura sempre riservata ai patrizi, gli edili curuli.
La carriera magistratuale dei plebei e l’equiparazione tra plebisciti e leggi
A partire dalle leggi Liciniae Sextiae il potere dei patrizi iniziò a perdere terreno, mentre i plebei ottennero pian piano di essere ammessi alla censura, alla dittatura e alla pretura. Nel 342 a.C. venne eliminato l’obbligo di riservare un posto di console a un patrizio e lo stesso avvenne per i censori dal 339 a.C.
Nel 300 a.C. i patrizi persero anche l’esclusiva come figura di sarcedoti e indovini di stato. Con la lex Ogulnia infatti il numero dei pontefici passò a otto e gli auguri da quattro a nove. I nuovi posti furono destinati ai plebei che assunsero quindi potere di invalidare una votazione per cattivi auspici o di convocare un’assemblea, fino a quel momento possibile solo per i patrizi.
Pochi anni dopo, nel 286 a.C. con una lex Hortensia si compì anche l’equiparazione fra plebisciti, espressione della volontà plebea, e leggi comiziali. Il pareggiamento politico fu pressoché completato.
La nascita della nobilitas
A partire dalle leggi Liciniae Sextiae si crearono quindi delle istituzioni volte ad assicurare il dominio della nuova aristocrazia, una nobiltà non di sangue ma di ufficio. Ai patrizi rimanevano alcuni poteri come l’interregno, l’approvazione delle leggi del popolo mediante auctoritas, l’esclusiva del rex sacrorum e i tre flamini maggiori.
L’aristocrazia che si creò era composta da tutte le famiglie di rango senatorio, con un patriziato potente e venerato affiancato da ricche famiglie plebee di successo. I discendenti di chi entrava in Senato erano infatti nobilitati anche se provenienti da famiglie plebee.
Nonostante quest’apertura da parte dei patrizi, il sistema costituzionale romano non era certo democratico ma espressione di una minoranza composta sempre dalle stesse famiglie. Le cariche politiche non erano retribuite e tutto si fondava su una rete clientelare e di alleanze. In effetti era molto difficile far eleggere un membro di una famiglia non appartenente alla nobilitas alla carica di senatore, come avvenne invece per Cicerone.
La nobilitas trovava terreno fertile poiché la società romana credeva che le caratteristiche del padre fossero tramandate ai figli e per questo motivo erano sempre le stesse famiglie a primeggiare sulle altre.
Senato e popolo al tempo della Repubblica patrizio-plebea
Fino a questo momento il Senato aveva avuto il compito di investire il re dell’imperium, ma in epoca repubblicana acquisì via via una posizione di autorità suprema giuridica e morale attorno alla quale ruotava l’intera costituzione.
L’autorità era tale al punto che lo stato romano venne definito come la somma di Senato e popolo (SPQR).
Il Senato era costituito dai patres e i conscripti (gli aggiunti), mentre il popolo era composto dalla comunità politica nel suo insieme, i cittadini che partecipavano alle assemblee.
Per maggiori approfondimenti si consiglia la lettura di Elementi di storia del diritto romano di Giliberti Giuseppe, Ed. Giappichelli, il libro è disponibile anche usato qui.

