La Rivoluzione Francese e i diritti fondamentali

La rivolta contro la monarchia francese occupò un decennio, dal 1789 al 1799, nell’arco del quale gli sconvolgimenti politici, culturali e a livello sociale furono notevoli al punto da definire nuovi assetti politici e ispirare le epoche successive.

Le cause che portano alla Rivoluzione francese sono diverse, prima fra tutte la grave crisi finanziaria che aveva colpito da diverso tempo la Francia e trovava origini nelle spese per la Guerra d’America, nella grave siccità e nei problemi alla produzione agricola e industriale che avevano diffuso disordini in tutto il paese. La popolazione inoltre era fortemente contraria a Maria Antonietta, troppo legata all’Austria, e nutriva un malcontento crescente nei confronti di una tassazione troppo elevata, tutta a carico del Terzo Stato (circa il 98% della popolazione) con minime ripercussioni su nobili e clero.

Tappe della Rivoluzione francese in breve

Le fasi della Rivoluzione francese e dell’affermazione dei diritti fondamentali possono essere così riassunti:

  • Nel 1789 Luigi XVI convocò le classi medie e quelle dirigenti: gli Stati Generali (rappresentanze dell’aristocrazia, delle gerarchie del clero e del popolo). In quella sede il Terzo Stato costituì un’Assemblea Nazionale decisa a riformare le istituzioni e a redarre una dichiarazione come quella inglese e americana.

  • La monarchia ostacolò l’Assemblea e il 14 luglio 1789 la presa della Bastiglia segnò l’inizio di una Rivoluzione sanguinosa e dello sgretolamento del potere monarchico. Era l’inizio dell’avvento al potere del Terzo Stato composto da borghesia e ceti medi, contro il clero e l’aristocrazia.

  • La crisi del modello feudale e la Rivoluzione portarono anche le masse contadine allo status di cittadini con diritti e doveri e all’emergere del concetto di proprietà privata, ispirato all’istituto romano del dominium, indipendente dal controllo e dal potere politico, unico mezzo per completare la persona e fondare la libertà del singolo.

  • Il 26 agosto 1789 l’Assemblea approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

  • Anche il clero con il noto vescovo Henri Grégoire partecipò alla Rivoluzione nel 1789, battendosi per l’emancipazione degli Ebrei e per l’abolizione della schiavitù (1794). La Chiesa però non era ben vista dai rivoluzionari, e allo stesso modo i rivoluzionari combattevano per smantellarne il potere politico e soprattutto quello economico. É bene ricordare inoltre che nell’art. 10 della Dichiarazione si sanciva la libertà religiosa e per questo motivo venne ritenuto blasfemo dal pontefice Pio VI e che il preambolo alla Dichiarazione si riferiva ad un Essere Supremo che poteva sia legarsi alla tradizione cattolica ma anche a quella protestante, così come alla figura impersonale del neo-stoicismo illuminista.

  • I rapporti si inasprirono sempre più fino a quando la Repubblica decise di adottare una politica decisamente anti-cattolica, separando la chiesa francese da quella di Roma e incitando ad un culto della Dea Ragione. I dissapori sfociarono in una cruenta guerra civile che durò fino al 1799.


 
 
La Dichiarazione dei diritti del 1789

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino fu quindi un documento approvato durante la Rivoluzione Francese, in seguito alla presa della Bastiglia e alla rivolta che portò al declino dell’assolutismo monarchico e alla fine del potere feudale.

la dichiarazione dei diritti del 1789

La Dichiarazione si compone di 17 articoli, premessi anche alla Costituzione del 1791 per spiegare le ragioni della contestazione dell’Ancien Régime e per giustificare l’abolizione della monarchia assoluta.

Con il motto liberté, égalité, fraternité, la Dichiarazione fu di ispirazione a tutte le costituzioni moderne, promuovendo diritti fondamentali quali la libertà personale e politica, l’uguaglianza e la fratellanza sia come sentimento cosmopolita che come solidarietà. Il documento si basa sul giusnaturalismo e sull’esistenza di diritti naturali a prescindere dallo Stato, anche se l’ordinamento che ne segue è fondato sul positivismo di matrice illuministica.

Come per la Dichiarazione di Indipendenza americana, si afferma che ogni associazione politica ha lo scopo di tutelare i diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo (cioè che non si estinguono) e sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.

Capisaldi della dichiarazione sono il concetto di popolo sovrano, il governo rappresentativo, la separazione dei poteri, la libertà di opinione e di stampa e l’eguaglianza giuridica.

Negli anni seguenti vennero proposti altri modelli di Dichiarazione.

 
 

Le Dichiarazioni del 1793 e del 1795

La seconda versione, del 1793 era legata più al modello americano e alle idee dei Girondini con a capo Robespierre, artigiani e proprietari terrieri che sostenevano la democrazia diretta e una repubblica centralizzata.

La terza invece era più vicina ai Giacobini (mai entrata in vigore) e si ispirava agli ideali di Rousseau, affermando che l’eguaglianza era un diritto, veniva introdotto il suffragio universale, la schiavitù veniva abolita e la felicità era il fine sociale che lo Stato doveva garantire assicurando lavoro, istruzione pubblica e assistenza.

Per i Giacobini il modello era quello di una democrazia delegata e si auspicava ad un decentramento amministrativo.

Concluso il regime giacobino nel 1795, la dichiarazione diventò più moderata e liberale e andò a coinvolgere anche la Costituzione. Venne eliminato il concetto di eguaglianza naturale, ai diritti si affiancarono i doveri, la proprietà è considerata alla base dell’ordine sociale e venne reintrodotto il suffragio censitario, con il mantenimento della schiavitù nelle colonie.

 

Per maggiori approfondimenti si consiglia la lettura di Introduzione storica ai diritti umani di Giliberti Giuseppe, Ed. Giappichelli. Il libro è disponibile anche usato a prezzo ridotto qui