Elementi di diritto romano: l’origine della città, appunti e riflessioni

Pur rappresentando un motivo di discussione a causa delle scarse evidenze archeologiche, la nascita della città è indicata con la data del 753/754 a.C.

Nella zona su cui attualmente sorge Roma, le popolazioni locali abitavano le aree del Palatino, dell’Esquilino e del Quirinale. Il Foro veniva utilizzato come sepolcreto e la sua bonifica verso il 650 a.C. rappresentò il probabile inizio di una urbs vera e propria. Nacquero così i primi edifici monumentali come ad esempio il tempio di Giove Capitolino.

Gli insediamenti sparsi si raggrupparono in un centro urbano, inizialmente come lega con motivazioni religiose e di scambio. Il Tevere rappresentava un’arteria commerciale importante, sia per la possibilità di navigarlo sia per i depositi salini. Le alture circostanti, i famosi colli, offrivano invece rifugio e sicurezza e proprio su uno di questi, il Palatino, la leggenda narra che vi fosse la casa di Romolo, principe albano fondatore di Roma.

Dal 753 a.C. al 509 a.C., anno in cui iniziò il regime repubblicano, si succedettero 7 re.

 


 

1) L’origine della città: Romolo e le tribù arcaiche

L’origine della città nella Roma arcaica viene collocata verso il 753 a.C., periodo in cui Romolo venne confermato re grazie ai segni favorevoli di Giove.

Nonostante non sia semplice una ricostruzione storica dell’epoca, l’affascinante leggenda vuole che Romolo diede una forma razionale alla società dividendo la cittadinanza in:

tre tribù (Ramnes, Tities, Luceres) con a capo un tribuno (per alcune teorie queste tre tribù sarebbero costituite da diverse civiltà)

trenta curie (distretti militari/religiosi) con a capo un curione ciascuna. Le curie si riunivano in assemblea e votavano le leggi.

trecento decurie sotto la responsabilità di un decurione

– un Senato con 100 membri (una sorta di Consiglio di Stato)

– due classi sociali: i patrizi dediti agli affari pubblici, e i plebei occupati nei lavori agricoli

– clienti: immigrati o declassati, non avevano mezzi di sussistenza e si affidavano alla protezione della famiglie più agiate

Secondo la storia inoltre a Romolo succedettero diversi re latini, sabini ed etruschi fino all’avvento della Repubblica con la prima coppia di consoli.

 

2) L’origine della città come aggregazione di famiglie

A questa versione si affiancano anche altri studi che spiegano la fondazione di Roma come un processo e non una creazione immediata per il volere di un solo uomo.

L’area dove oggi sorge Roma infatti era abitata da nuclei familiari indipendenti che unendosi avrebbero creato la città. Il concetto di famiglia nella Roma arcaica era quello di un gruppo esteso con a capo il paterfamilias. Il suo potere era illimitato ed era l’unico titolare del patrimonio, mentre alla sua morte i discendenti liberi (adgnati) rimanevano legati ad un gruppo parentale allargato, senza capo né territorio.

La famiglia arcaica in un certo senso rappresentava un piccolo stato, con un paterfamilias che esercitava il potere politico. L’unione di più famiglie creò un organismo chiamato gens con a capo un pater gentis. Dall’aggregazione di questi gruppi, secondo questa teoria si formò la città.

 

3) L’origine della città come disgregazione

Altre teorie, fra quelle principali, vedono invece la nascita della città come un processo opposto, non di unione di piccoli enti ma di disgregazione di una comunità più grande migrata nella zona. In base a questi studi, Roma sarebbe nata dagli Etruschi dopo aver sottomesso i Latini.

Questa teoria si lega al concetto aristotelico di uomo come animale politico, che in ogni momento della storia è sempre stato legato secondo un’organizzazione politica.

 

4) L’origine della città secondo l’ipotesi gentilizia

Secondo questa teoria l’organismo politico e sociale di riferimento per la fondazione della città è la gens, intesa come frazionamento di gruppi più vasti, composti da famiglie agnatizie (composte quindi di discendenti liberi).

Il gruppo aveva il divieto di sposare una donna dello stesso nomen gentilizio (il nome che caratterizzava quel clan). Al nomen nel tempo si aggiunse anche il cognomen, per indicare l’appartenenza alla famiglia allargata (es. Cornelii Scipionis, Cornelii Lentuli…)

Le attività prevalenti di queste famiglie erano la pastorizia e l’agricoltura. Ogni villaggio aveva delle terre sulle quali tutti avevano diritto di pascolo. Ogni famiglia godeva inoltre di un piccolo terreno inalienabile ed era legata ad un gruppo di estranei, i clientes, che potevano sfruttare un terreno in cambio di aiuto in guerra.

Le gens avevano i loro costumi e le loro leggi, potevano stipulare dei trattati con le famiglie vicine. Dalla federazione di questi clan gentilizi sarebbe nata la città. Questo spiegherebbe anche il motivo per il quale la plebe viene esclusa dalla cittadinanza, non facendo parte delle gentes fondatrici della citta-Stato.

Il clan aveva una propria autonomia, esercitava i propri culti e tradizioni. Infatti il re dell’epoca arcaica era solamente un capo confederale delle gentes, condottiero militare e sacerdote.

Fra l’VIII e il VII secolo le forme arcaiche iniziarono a dissolversi con l’avvento di una coltura più intensiva, l’emergere di fondi privati e l’arrivo di una aristocrazia guerriera agiata e con clienti a seguito, mentre i capi dei clan stanziali presero il sopravvento sulle comunità di contadini e pastori. 

 

Familia communi iure e familia proprio iure

Nella Roma arcaica, prima della nascita della città, i gruppi sociali erano quindi divisi in gens.

Per familia communi iure si intende la grande famiglia composta da 3 generazioni di discendenti legati allo stesso pater. All’interno di questa famiglia vi erano fino a sei diversi gradi di parentela.

La familia proprio iure nasce invece dalla crisi del clan e dall’esigenza di frazionare la proprietà comune in fondi privati. In questo modo si formano delle famiglie ristrette a loro volta stanziate su piccoli fondi di proprietà, con a capo un paterfamilias.

 

Per maggiori approfondimenti si consiglia la lettura di Elementi di storia del diritto romano di Giliberti Giuseppe, Ed. Giappichelli.