Gli iura personarum: ordini e classi sociali nel Principato
L’avvento del Principato portò una rivoluzione politica ma le strutture economiche e sociali rimasero almeno inizialmente le stesse.
La schiavitù fu il sistema produttivo principale fino al III secolo, la nobiltà era caratterizzata da grandi proprietari, i cavalieri erano un notabilato che si occupava di affari, mentre la plebe romana era la parte debole dell’Impero.
Dopo Augusto si possono individuare queste trasformazioni negli ordini e nelle classi sociali:
Senato = composto in epoca repubblicana da una nobiltà politica si trasforma nel Principato in una aristocrazia ereditaria, dotata di prestigio ma allontanata dall’esercizio del potere politico. Anche i figli dei senatori ne fanno parte quindi si crea un’ulteriore divisione tra senato ed equites, classe sociale da cui si attingeva per la carica di senatore.
Cavalieri = rappresentavano una nobiltà non ereditaria. Da uomini di affari si trasformarono in ufficiali dell’esercito e funzionari della burocrazia utili per il potere imperiale, andando così a caratterizzare il ceto dirigente. Al vertice del cursus honorum dei cavalieri vi erano le prefetture.
Ceto medio provinciale = era legato ai commerci e alla vita cittadina quindi acquisì più importanza essendo l’elemento fondamentale della politica di urbanizzazione fino al III secolo. La crisi dell’agricoltura e la crescita dell’apparato burocratico coinvolsero anche la città e il ceto medio provinciale si trasformò in una classe di possidenti esattori che dovevano anticipare le imposte e raccoglierle successivamente.
Plebei = furono la classe che ebbe la peggio dalla concentrazione fondiaria dopo i movimenti graccani. I diversi esponenti del potere tentarono di volta in volta una politica di sostegno ma molti nel ceto povero lasciarono le campagne per far parte del proletariato cittadino oppure divennero braccianti. Nel II secolo si sviluppò l’affitto parcellare e le grandi ville coltivate prima da schiavi vennero suddivise e date in locazione a liberi coloni, servitori o schiavi.
Schiavi = anche questa era una casta ereditaria e, nonostante la condizione giuridica fosse omogenea, aveva ceti e funzioni diverse (es. schiavi di città che potevano comprare la loro libertà / schiavi rurali). Potevano contrarre obbligazioni ed erano responsabili delle loro azioni a livello penale. Con Augusto venne istituito il praefectus Urbi per reprimere le ribellioni che coinvolgevano schiavi e plebei, con Nerone invece aumentarono le ingerenze nei rapporti schiavi-padroni (influenza stoica).
Liberti = nel Principato rappresentavano il ceto medio discriminato ma con potere economico. Si trattava di ex schiavi che avevano dimostrato di essere capaci nelle attività commerciali e produttive. Non avevano diritti politici, ma potevano partecipare al sacerdozio locale. I loro figli erano liberi e dovevano continuare a mostrare reverenza nei confronti dei patroni e a prestare loro dei servizi. Alla morte di un liberto parte del patrimonio era diviso fra i suoi figli maschi e il patrono.
Una tipica usanza da parte dei padroni era quella di affrancare lo schiavo anche in modi non conformi alla tradizione (manumissio vindicta, o testamento o censu) quindi gli schiavi non erano proprio liberi e la libertà poteva essere revocata. La loro utilità sociale però fu tale che una lex Iunia Norbana chiarì che gli schiavi affrancati in modo non ufficiale non potessero essere ricondotti alla situazione precedente diventando Latini Iuniani. Con la lex Aelia Sentia del 4 d.C. gli schiavi con meno di 30 anni potevano essere affrancati solo in via eccezionale.
A partire dall’età degli Antonini si marcò sempre più la divisione degli uomini liberi in honestiores (notabili quali senatori, cavalieri, ufficiali, sottufficiali, veterani, ceti dirigenti) esenti da pene infamanti e gravi, e humiliores (proletari, contadini, artigiani, piccoli commercianti) con meno di 25.000 denari ed esclusi dal gruppo dei privilegiati.
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