L’imperialismo romano e i rapporti internazionali
I Feziali, il “diritto internazionale” e la dichiarazione di guerra
In epoca Repubblicana i Feziali si occupavano della stipula di trattati internazionali e agivano in nome di Giove, tutore degli accordi di pace e divinità comune a tutto il genere umano.
La società romana del tempo credeva che un’eventuale dichiarazione di guerra dovesse essere giusta agli occhi degli Dei e porsi come l’unica risposta possibile alla violazione. Per questo motivo i Feziali dovevano procedere con dei particolari riti atti a giustificare un conflitto, dimostrando che il nemico era ostile alla ricerca di una soluzione non aggressiva. Si trattava però solo di un rito religioso compiuto dai sacerdoti, di cui non necessariamente il nemico era informato, ma bastava a provare la buonafede del popolo romano nei rapporti internazionali.
L’imperialismo romano: cause, linee di sviluppo e conseguenze
Per imperialismo si intende la tendenza allo sfruttamento economico e al dominio di altre popolazioni. Questo orientamento a Roma era presente ancora prima della fase imperiale e gli storici del tempo come Polibio riportano che tutta la politica estera della Repubblica romana era volta ad espandere senza limitazioni e in modo universale il potere sulle altre comunità.
Le imprese belliche portarono alle guerre Puniche e attirarono sia la nobilitas che la plebe. In linea generale si potevano distinguere due correnti.
-
Scipionica: era volta al Mediterraneo e all’area Ellenica, legata ad interessi commerciali e per questo motivo i suoi seguaci non volevano distruggere le città nemiche ma controllarle e integrarle. In questo modo si sarebbe creata una rete di stati clienti, evitando la nascita di nuove province con conseguente occupazione dei territori. Il suo esponente era Publio Scipione Africano console nel 205 a.C..
-
Catoniana: era una corrente conservatrice, nazionalista e alleata con i contadini. L’intento era quello di cercare nuove terre per l’agricoltura. Gli esponenti erano i Fabii e in seguito Marco Porcio Catone, censore nel 184, “uomo nuovo” vicino al ceto medio e convinto che l’imperialismo promosso da Scipione avrebbe cambiato la struttura della Repubblica e consolidato i poteri di un’oligarchia che si sarebbe alleata ai nuovi ceti di grandi commercianti.
Con le guerra Puniche e la sconfitta di Cartagine a partire dal II secolo a.C. si affermò un sistema economico basato sulla schiavitù, sull’impiego di manodopera a basso costo per lavorare le nuove terre conquistate e sull’azienda agricola con produzione volta al mercato. Con l’utilizzo in massa di schiavi i ceti plebei iniziarono ad aderire all’idea tutta aristocratica che il lavoro portasse l’uomo in uno stato di inferiorità, perdendo la libertà e diventando servo.
La plebe urbana quindi si trovò ad appoggiare la politica di espansione, le conquiste portarono ad una concentrazione fondiaria a beneficio della nobilitas e del ceto equestre, mentre i piccoli contadini si trovarono in grande crisi.
Le classi che più beneficiarono di questa politica furono anche i mercanti, i finanzieri e gli appaltatori, anche se in generale tutti i cittadini videro un alleggerimento del tributum (tassa diretta sulla persona) poiché l’erario venne alimentato sempre più dalle conquiste.
Per maggiori approfondimenti si consiglia la lettura di Elementi di storia del diritto romano di Giliberti Giuseppe, Ed. Giappichelli.

