L’illuminismo e la positivizzazione dei diritti fondamentali
La cosiddetta “età dei Lumi” del XVIII secolo è caratterizzata da una fiducia nella funzione liberatrice della ragione.
I ceti intellettuali sapevano di avere una funzione sociale fondamentale, quella di illuminare le menti degli uomini, schiavi dell’ignoranza e della superstizione, grazie alla critica e ad una visione più razionale delle scienze.
In quest’epoca nacquero capolavori letterari come l’Encyclopédie di D’Alembert e Diderot (1751-1772), un dizionario dove scienze, arti e mestieri vengono ragionati e rivisitati alla luce dei nuovi saperi. Tutto infatti può essere razionalizzato, anche la religione, il diritto e la filosofia, allontanandosi dalle tendenze conservatrici cattoliche per riformare la società e renderla più vicina alla natura.
In questo periodo vennero ripresi molti dei concetti già sviluppati dai Cinici e dagli Stoici. Si riteneva infatti che l’uomo avesse una natura buona ma fosse corrotto dalla società e si ripropose il “mito del buon selvaggio” riferendosi alle culture naturali come gli Indiani d’America e quelle laiche come i Cinesi.
Il contratto sociale di Rousseau e il concetto di Stato
Anche Rousseau in questa direzione sosteneva che gli uomini erano nati liberi, ma ovunque fossero in catene, e nella sua opera Contratto sociale del 1762 affermava che il ritorno alla natura era possibile solo riformando le istituzioni e promuovendo la democrazia diretta e l’educazione.
Rousseau era inoltre convinto che la proprietà privata fosse un abuso consolidato dallo Stato, che l’educazione dovesse sviluppare il senso critico e che per recuperare la sobrietà non fosse necessario rinunciare al progresso.
L’Illuminismo come corrente si riproponeva quindi di far uscire l’uomo da uno stato di minorità di cui era responsabile a causa della pigrizia e della viltà, usando le parole di Kant.
Chi è illuminato dalla ragione infatti è imparziale e tollerante, sviluppa un senso di appartenenza alla propria specie ed ha un atteggiamento cosmopolita. L’umanità non è mai un mezzo ma un fine, e in una comunità politica basata su questo principio la dignità non può essere sottratta a nessuno.
Secondo l’Illuminismo quindi uno Stato moderno nasceva da un contratto ed aveva la funzione di rappresentare i cittadini e tutelarne gli interessi morali e materiali, proteggendone la dignità, la uguaglianza, i diritti e la libertà. Si trattava di uno Stato pacifico perché volto alla produzione e al commercio e non alla guerra.
La riforma del diritto nell’Illuminismo
L’Illuminismo è stato quindi un periodo di grandi cambiamenti dove anche il diritto, come le scienze, le arti e la cultura, venne per esigenza razionalizzato.
Esponenti del calibro di Montesquieu, Voltaire e Beccaria si schierarono contro le consuetudini e le interpretazioni del passato, e confermarono la necessità per il diritto di essere fondato su poche leggi, comprensibili e razionali. In ambito penale diffusero il concetto di proporzionalità della pena rispetto al reato e si definirono contrari alla tortura e alle barbarie.
L’opera di Beccaria Dei delitti e delle pene (1764) portò ad esempio all’abolizione della pena di morte nella Toscana di Leopoldo II nel 1786.
In Italia invece venne abolita nel 1889, ripristinata durante il Fascismo e poi abolita in modo definitivo dalla Costituzione.
E’ importante ricordare che durante l’Illuminismo la visione politica degli illuministi inizialmente cercò un alleato nella monarchia. Dai re illuminati ci si aspettava una lotta contro il potere religioso, delle riforme progressiste verso la divisione dei poteri, la costituzionalizzazione e la lotta contro l’invadenza ecclesiastica.
Successivamente gli Illuministi diffusero in Europa il modello della Glorious Revolution (1688) e infine sposarono gli ideali della Rivoluzione Francese, ispirati nelle frange più estremiste dalle idee di democrazia diretta di Rousseau.
Secondo Rousseau era necessario trovare una forma di associazione che difendesse la persona e i suoi beni. La democrazia diretta poteva essere esercitata solo in una repubblica di uguali, dove la volontà generale era la volontà del singolo che obbedendo a se stesso rimaneva libero. Il potere sovrano del popolo era indivisibile e illimitato e lo Stato era al servizio della realizzazione dell’utilità comune. Alla base della società civile infatti vi era un patto (come viene definito da Locke), un “regno dei fini” per Kant e un contratto sociale per Rousseau che legittimava le istituzioni in modo laico e razionale.
Questo contratto nel periodo dell’Illuminismo è soprattutto a favore della borghesia che richiedeva allo Stato che la proprietà privata e il libero commercio venissero tutelati ed era desiderosa di partecipare in modo attivo al processo di costituzionalizzazione per veder tutelati i propri interessi.
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