La formazione del Principato e la successione imperiale
Con Ottaviano si assistette alla creazione di un nuovo assetto dello Stato che ruotava intorno ad una persona sola, ma con l’istituzionalizzazione del Principato si creò un problema relativo alla successione. Il ruolo di imperator infatti non aveva natura ereditaria perché fondato sull’auctoritas e non su una regalità di tipo religioso e, nonostante fra le milizie il principio dinastico avesse una certa influenza, l’autorevolezza era riconosciuta dal basso.
Alla morte dell’imperatore in teoria l’imperium tornava al Senato il quale poteva designare il candidato principe ma si trovava a proclamare sempre il più forte e influente. Il popolo conferiva poi l’investitura confermando il potere e legittimando il nuovo imperatore in modo simbolico.
Il pretendente alla carica si mostrava forzato ad accettare e questo rito serviva a dimostrare l’umiltà e l’auctoritas e ad allontanare il dubbio che si trattasse di un tiranno.
Con un senatoconsulto si riconosceva il nuovo principe, si ratificavano gli atti da lui compiuti e si conferiva l’imperium. Il senatoconsulto era convertito in lex de imperio da parte del popolo. Il riconoscimento era fatto anche per acclamazione delle truppe e di fatto poteva avere l’auctoritas solo chi controllava già l’esercito. Questo portò spesso a delle successioni tumultuose, con aspiranti imperatori uccisi.
Anche revocare il potere dell’imperatore senza l’utilizzo della forza era impossibile e in quei casi il Senato poteva legittimare la ribellione dichiarando l’imperatore nemico dello Stato. Allo stesso modo il Senato poteva anche cancellare tutti i provvedimenti di un imperatore se avesse ritenuto che aveva usurpato il potere.
Le dinastie imperiali
Nella storia del Principato di rado il discendente diretto prese il posto dell’imperatore. Durante i primi cento anni ad esempio gli imperatori appartennero alla gens Iulia e alla gens Claudia (Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone) due famiglie legate da rapporti di matrimonio e di alleanza.
Queste famiglie riuscirono a pilotare la successione attraverso lo strumento dell’adozione e dell’associazione al potere, combinando quindi il principio dell’elezione con le esigenze dinastiche (es. Cesare e Ottaviano Augusto).
Spesso poi il successore era presentato pubblicamente dall’imperatore, poiché fra le virtù imperiali c’era la providentia, cioè la capacità di provvedere all’interesse pubblico.
La designazione non portava automaticamente all’elezione, quindi durante l’impero era necessario che il successore ottenesse diversi poteri e ruoli perché fosse in vantaggio rispetto ad altri candidati.
Uno degli elementi distintivi era anche il patrimonio privato ereditato e questo aspetto rendeva spesso la scelta del Senato obbligata.
Il meccanismo di successione inizialmente funzionò e, con la morte di Augusto, Tiberio che aveva già ricevuto l’imperium proconsulare ed era già a capo dell’esercito ottenne il potere supremo. Augusto fu divinizzato e il suo successore voluto a questo punto a livello divino, accettò l’incarico.
Il primo problema si verificò invece con la morte di Caligola ma le truppe pretoriane riuscirono ad imporre Claudio, portando alla luce il fatto che nonostante fossero Senato e popolo a conferire il potere di fatto la designazione avveniva per mano del predecessore e delle truppe.
Con l’uccisione di Nerone nel 68 d.C., la fine della dinastia giulio-claudia e l’elezione di Galba che rifiutò il potere militare confermando solo quello senatorio e popolare, si aprì un periodo complesso. Fu l’anno dei 4 imperatori (Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano) in cui fu chiaro che solo chi aveva l’appoggio dell’esercito poteva diventare principe, al punto che da Vespasiano in poi l’acclamazione delle milizie e il giuramento di fedeltà furono ritenuti giuridicamente essenziali.
Dal 69 al 96 furono al potere i Flavi (Vespasiano, Tito e Domiziano), voluti dalla plebe e dalle milizie e slegati dall’eredità di cui avevano beneficiato le famiglie Iulia e Claudia.
Quindi per legittimare il loro potere si fece ricorso alla lex de imperio, una formalità attraverso la quale il Senato e il popolo si obbligavano all’obbedienza e riconosceva all’imperatore poteri e potestà decisionale. In questo modo si ribadiva che il Principato era fondato sulla legge. Quando Domiziano si proclamò dominus et deus infatti la scelta gli fu fatale.
Con gli Antonini invece la prassi fu quella di adottare un estraneo (fase degli imperatori adottivi dove troviamo Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio, Lucio Vero e Commodo).
Adriano rafforzò la burocrazia e accentrò la funzione normativa del principe. L’ideale cosmopolita e stoico di un capo che lavorava per l’interesse comune sembrava compiersi.
Nonostante il rispetto delle autonomie locali fosse solo a fine propagandistico, gli Antonini cercarono davvero consenso e collaborazione al punto che, con Marco Aurelio, salì al trono un filosofo, che creò uno stato di diritto, giurò di obbedire alle leggi e fece recuperare al Senato dignità e sicurezza. Si trattava di un regno illuminato e prospero a cui però successe la monarchia militare e burocratica dei Severi.
I Severi consideravano l’imperatore un capo universale al di sopra dell’ordinamento. La regalità carismatica fu portata al limite, legittimata dal fatto che l’imperatore aveva una missione etico-politica e non fosse al potere per caso.
In questo periodo le comunità soggette a Roma persero la loro autonomia, pian piano scomparvero le differenze tra cittadini e sudditi e le leggi romane diventarono comuni a tutti: finì quindi l’epoca della città stato e dell’egemonia romano-italica.
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