Diritti civili e politici: il percorso verso l’abolizione della schiavitù

I primi movimenti di abolizione della schiavitù iniziarono a diffondersi in Europa e America a partire dal 1770. I motivi che portarono a questo fenomeno sono anche di natura economica, in quanto con il capitalismo la schiavitù risultava produttiva solo a livello delle piantagioni.

Ovviamente sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna non si segnalavano apertamente motivazioni di carattere economico, ma religiose e umanitarie. Inoltre se la schiavitù era stata ritenuta necessaria per evangelizzare e acculturare gli indigeni, questo scopo non poteva più reggere quando le stesse vittime erano cristiane.

In quel periodo il fenomeno dello schiavismo era soprattutto circoscritto alle colonie, lo schiavo che metteva piede sul territorio metropolitano veniva infatti considerato libero anche in base ad una sentenza inglese del 1772.

I proprietari delle colonie riuscirono a sostenere la schiavitù fino al 1794. In quegli anni gli stessi schiavi condussero una propria rivoluzione, primi fra tutti quelli di Haiti che nel 1804 fondarono la prima repubblica nera della storia.

Verso la fine del Settecento inizi dell’Ottocento voci abolizionistiche si fecero sentire in tutta Europa: in Francia gli esponenti principali furono Lafayette, il marchese Condorcet, Robespierre e i Giacobini, mentre in Inghilterra i movimenti femministi si battevano anche contro la schiavitù.

Nel 1807 Wilberforce vietò la tratta degli schiavi e nel 1833 emanò una legge per indennizzare i proprietari espropriati. Con il Congresso di Vienna del 1815 tutti gli Stati occidentali furono coinvolti in dichiarazioni e trattati e la Marina inglese iniziò a pattugliare le coste americane per fermare le navi negriere.

Anche la Chiesa, che fino a quel momento non si era schierata apertamente contro la schiavitù, con Pio VII proibì a tutti i cattolici di favorire la tratta. Lo stesso fecero Gregorio XVI nel 1839 e Leone XIII nel 1888.

Questi intenti portarono al blocco del traffico di schiavi vero la metà del XIX, ma il percorso di emancipazione in Europa era ancora lungo.

Negli Stati Uniti il percorso fu più impervio in quanto le piantagioni erano sostenute dal lavoro degli schiavi. Il terzo presidente Jefferson già dal 1807 proibì l’importazione e i movimenti abolizionistici iniziarono una forte propaganda (anche con opere letterarie come ad esempio La Capanna dello zio Tom), primi fra tutti i Quaccheri che riuscirono a far abolire la tratta in molti Stati del Nord-Est, promuovendo l’Abolition Society del 1783 e facendo fuggire gli schiavi in Canada.

Nel 1863, con Abramo Lincoln e la Guerra di Secessione (1861-1865) la schiavitù negli Stati Uniti venne abolita.

Nel 1926 la Convenzione di Ginevra definì la schiavitù come il possesso di un’uomo, impiegato come una proprietà, comprato o venduto privandolo della libertà e sfruttandolo come lavoratore non retribuito. Anche la servitù volontaria, la servitù della gleba, la prostituzione e l’accattonaggio minorile sono intese come forme di schiavitù.

L’art. 4 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ricorda come la schiavitù sia proibita in ogni forma, allo stesso modo l’art. 600 del nostro Codice Penale.

 

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