Il Basso Impero e la crisi del terzo secolo
Il Basso Impero, e di conseguenza anche la giurisprudenza post-classica, è considerato il periodo della caduta di Roma, della decadenza e dell’angoscia.
Secondo lo storico inglese Gibbons le cause di questa crisi vanno cercate innanzitutto nella diffusione del Cristianesimo, nell’attesa della fine del mondo da parte dei Cristinai (che ritenevano l’impero una creazione diabolica che ritardava la dissoluzione del secolo) e nel trionfo delle barbarie.
Altri studiosi invece, sulla scia darwiniana, imputavano la crisi al declino delle classi dirigenti antiche e alla mescolanza con altre razze, mentre secondo la storiografia russa le cause erano legate alla rivoluzione contadina e militare contro le borghesie e il senato o ad
una rivoluzione degli schiavi che portò ad un nuovo modello economico con lo sviluppo della servitù della gleba.
Certamente alla crisi del III secolo contribuirono le invasioni dei popoli germanici, ma non è possibile parlare di una sola causa che portò alla dissoluzione dell’impero di Occidente poiché, a partire da Caracalla, le emergenze che coinvolsero l’impero romano furono numerose e su più fronti: politico e militare, demografico, finanziario, economico, culturale e non ultimo religioso.
Le conseguenze della crisi possono invece essere così riassunte:
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crollò la civiltà contadina e si sviluppò la grande proprietà fondiaria e il fenomeno dei servi della gleba
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l’aristocrazia senatoria concentrò nelle proprie mani grandi ricchezze e terre autosufficienti economicamente e spesso anche militarmente
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crollarono i commerci, a maggior ragione con l’affermazione di un’economia chiusa e del legame giuridico fra contadino e fondo
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entrò in crisi il sistema schiavistico (alcuni ritengono che questo fenomeno avesse preso piede già dal II secolo con la fine della politica espansionistica che ridusse l’afflusso di manodopera, per altri invece il sistema servile non era così produttivo e quindi fu necessario mutare la forma dei rapporti. Si era già intuito nell’Alto Impero che il lavoro degli schiavi conveniva solo nell’ambito della villa con un’organizzazione razionale del lavoro, mentre in una situazione dove mancavano le braccia ma c’erano tante terre era preferibile dividere in lotti e affittare a coloni liberi o schiave per debiti
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la piccola affittanza fu il modello preferito anche per la contrazione demografica, l’abbandono delle terre e il diffondersi della peste
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aumentò la pressione fiscale necessaria per mantenere l’esercito, la burocrazia e il clero
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i curiali furono incaricati di anticipare il denaro nelle curie cittadine per poi rifarsi sui contribuenti. Questa funzione divenne ereditaria per evitare che si sottraessero all’impegno. Lo stesso avvenne per i contadini per i quali il legame con il fondo divenne obbligatorio (la legalizzazione del vincolo avvenne fra il 235 e il 284).
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si diffuse una situazione di protezione dei signori potenti verso contadini e villaggi
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le scarse entrate fiscali derivate dalla crisi dei commerci, dalla denatalità e dall’abbandono dei campi portò ad un deprezzamento della moneta (riduzione dell’oro e dell’argento presente nelle monete)
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si arrivò ad un disinteresse verso l’economia monetaria e ad un ritorno al pagamento in natura (Aureliano e Diocleziano provarono a rallentare l’inflazione con nuove monete, anche con un calmiere – tetto massimo dei prezzi – su merci e servizi. Costantino bloccò l’inflazione con il solidus, una moneta aurea.)
Fu un periodo di grandi incertezze politiche e militari, l’impero non riuscì ad avere una guida autorevole e duratura con conseguente anarchia militare. Questo portò a una grande instabilità e alla possibilità per i barbari e i nomadi di imporsi.
Per maggiori approfondimenti si consiglia la lettura di Elementi di storia del diritto romano di Giliberti Giuseppe, Ed. Giappichelli. Il libro è disponibile anche usato a prezzo ridotto qui