La costituzione del Principato: funzionari, erario e fisco.

I funzionari imperiali

Il potere imperiale era legittimato grazie al consenso di militari, borghesia e nobilitas senatoria, a cui si aggiungerà dal II secolo una quarta forza: la burocrazia imperiale costituita dagli equites trasformati in alti funzionari imperiali.

Ai tempi della Repubblica vi erano pochi magistrati, alcuni consiglieri non retribuiti e un numero esiguo di salariati. A partire dalla dinastia dei Giulio-Claudii invece si creò una struttura amministrativa di funzionari e impiegati non eletti ma a tempo indeterminato, inseriti in una struttura gerarchica e salariati dal principe. Apparentemente sembravano dei collaboratori del principe, a sua volta in apparenza il cittadino più illustre e non un autocrate, ma con il tempo fu sempre più chiaro che i funzionari avevano funzioni amministrative, giudiziarie e miliari ed agivano come pubblici ufficiali.

 

La cancelleria era il cuore pulsante di questo apparato burocratico. Con Claudio questa era divisa in dipartimenti prima guidati da liberti poi da cavalieri. Vi erano uffici per la corrispondenza, le nomine e i comunicati, altri per le petizioni e le interpretazione del diritto; un ufficio si occupava dei processi sottoposti a cognitio imperiale e un altro amministrava le finanze.

Con Caracalla venne istituito un ufficio che si occupava dei discorsi imperiali e archiviava gli atti, mentre con Adriano l’amministrazione statale e quella imperiale vennero ulteriormente divise a partire dal cursus honorum dei dipendenti.

 

I prefetti del pretorio, dell’Urbe e d’Egitto

Le figure di funzionari più importanti erano i prefetti di rango equestre. I prefetti del pretorio erano a capo delle guardie dell’imperatore e delle truppe in Italia e potevano emanare delle ordinanze. Venne loro affidata anche la giurisdizione criminale e furono giudici di appello in materia criminale e civile per le province.

Potevano sostituire l’imperatore e, vista l’importanza, questo ruolo era ricoperto dai maggiori giuristi del tempo.

Il prefectus Urbi (diverso da quello repubblicano) istituito da Augusto aveva poteri di polizia e si occupava di affrontare i disordini cittadini, esercitando una giurisdizione criminale e civile.

Con Nerone iniziò ad accogliere anche le lamentele degli schiavi e questa carica venne riservata ai consulares. Oltre al prefetto dell’Urbe, vi erano il Prefectus vigilum con poteri giurisdizionali penali e civili nonché con compito di vigilare contro gli eventuali incendi, il Prefectus dell’annona che si occupava di commercio e rifornimento di cereali e il Prefetto d’Egitto che rappresentava una specie di vicerè e amministrava la provincia più importante.

 

 

Procuratori, curatores e altri collaboratori nell’età del Principato

I procuratori erano in origine liberti che conducevano gli affari del principe e avevano compiti di tipo amministrativo e giudiziario. Con Adriano divennero funzionari pubblici appartenenti al rango equestre.

I curatores invece erano funzionari con incarichi pubblici come la cura delle strade, dell’edilizia e delle acque.

Di rango senatorio erano poi i proconsoli e i governatori, mentre ai cavalieri era lasciata l’amministrazione delle province più recenti, l’Egitto e i territori considerati proprietà dell’imperatore.

Augusto era inoltre supportato da una commissione di senatori e magistrati che si occupava di concordare le proposte da portare in Senato, e da un piccolo gruppo non ufficiale di collaboratori e amici.

Con Adriano invece fu istituito un consiglio permanente con senatori e cavalieri retribuiti. Di questo gruppo facevano parte anche i maggiori giuristi del tempo che contribuirono alla burocratizzazione della giurisprudenza.

 

Erario e Fisco

L’avvento del Principato portò con sé un problema relativo alla distinzione fra patrimonio del popolo e quello dell’imperatore. In origine l’Erario era uno solo, controllato da due prefetti o pretori, dove si riversavano imposte, dazi doganali delle province e rendite di beni pubblici.

Con Augusto inoltre si era applicata una tassa del 5% sulle successioni per contribuire all’Erario Militare e liquidare con denaro i soldati invece di dare loro delle terre. Tre prefetti senatori eletti dall’imperatore controllavano questa cassa.

Tuttavia era il patrimonio dell’imperatore a finanziare le spese dello Stato (imposte e tasse delle province imperiali, lasciti, beni confiscati) e questo portava a far coincidere spesso il patrimonio privato con quello pubblico dell’impero. Sotto Augusto fu promosso addirittura un bilancio generale con i movimenti dell’Erario e quelli delle casse provinciali a lui affidate.

Con la morte di Nerone e la confisca dei beni imperiali (chiamati Fiscus Caesaris) il patrimonio venne diviso in capitale personale dell’imperatore, che seguiva le regole della successione privatistica, e beni destinati a fini pubblici, tramandati di imperatore in imperatore.

I confini non erano comunque chiari, poiché era il principe a decidere cosa fosse publicus e cosa privato, inoltre i giuristi chiamavano publicus quello destinato al popolo e Fisco quello privato, ma di fatto erano la stessa cosa.

Con il Principato i beni demaniali, prima sfruttati in modo semplicistico dai provinciali, vennero censiti secondo un sistema catastale di stampo egiziano, con l’identificazione di confini, proprietari, capacità produttiva ecc..

In questo modo fu possibile procedere ad una ristrutturazione del sistema fiscale, con l’esazione di dazi e imposte (es. imposta fondiaria chiamata stipendium o tributum stabilita in base alle dimensioni del suolo agricolo e l’imposta personale definita tributum capitis a carico dei plebei) affidata alle città. Con i Flavi anche il vitto delle truppe nelle province (annona militare) fu a carico dei proprietari locali, secondo un’ordinanza imperiale.

 

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