Costantino e il Cesaropapismo
Durante il Basso Impero, l’esito negativo del tentativo di una tetrarchia portò ad emergere un solo uomo: Costantino, imperatore dal 306 e imperatore cristiano dal 312.
Costantino era circondato da collaboratori cristiani come il vescovo Eusebio con cui realizzò una sorta di teologia politica con la quale si voleva dimostrare che il carisma dell’imperatore non era nient’altro che un riflesso divino.
L’imperatore quindi non era più legittimato dalle milizie ma era stato investito su base provvidenziale da Dio stesso, era un intermediario fra la sfera divina e l’umanità, difendeva la fede e il suo rapporto con il papa era paritario se non superiore.
Questo suo preciso carisma fece sì che il potere imperiale potesse intervenire in campo religioso orientando la dottrina. Questo fenomeno è chiamato Cesaropapismo e caratterizzò soprattutto il regno di Giustiniano e la Chiesa ortodossa.
Costantino quindi operò in modo preciso, contrastando le diverse scissioni (come quelle promosse da Ario) e facendo riconoscere la Chiesa legata al vescovo di Roma come catholica cioè universale e unica.
L’imperatore a questo punto non aveva più alcun limite e il suo potere politico su base religiosa (principio teocratico) poteva intervenire anche negli affari della Chiesa, ma allo stesso tempo doveva misurarsi con gli interessi materiali di questa istituzione e con la sua crescente potenza.
Il riconoscimento portò infatti numerosi vantaggi per il clero, come ad esempio l’esenzione dagli oneri pubblici e dall’imposizione fondiaria e personale o la sottrazione dei vescovi alla giurisdizione civile e penale ordinaria. Da quest’epoca in poi le terre e le proprietà della chiesa furono ritenute patrimonio di un ente collettivo che dal IV secolo si diede anche un’organizzazione territoriale in diocesi.
Con l’avvento dell’imperatore Teodosio il papa acquisì il potere di capo della Chiesa e vicario di Cristo. Le riflessioni di Ambrogio e Agostino portarono a scindere il potere politico da quello ecclesiastico e a valutare l’imperatore un cristiano come gli altri che non poteva intervenire nelle vicende della Chiesa né vantare la proprietà dei beni del clero.
Anche i pontefici successivi come Gelasio affermarono la separazione dei due poteri e l’egemonia di quello ecclesiastico poiché i sacerdoti avrebbero dovuto rendere conto davanti a Dio anche degli stessi governanti.
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