La Repubblica patrizia: civitas, urbs e lotte per la parità fra patrizi e plebei
Nella Roma repubblicana il termine civitas rappresentava una comunità indipendente, con proprie leggi e magistrati elettivi. Il concetto era più politico che urbanistico, poiché non tutti gli abitanti dell’urbs, come ad esempio gli schiavi e gli stranieri, erano parte di questa comunità.
La città era quindi caratterizzata da un popolo non unito, diviso prima di tutto in patrizi, la classe dominante, e plebei, la classe subordinata almeno fino al 367 a.C. e alle leggi Liciniae Sextiae.
Il passaggio dalla monarchia alla repubblica aristocratica non portò infatti alcun reale cambiamento per il popolo plebeo, nonostante molti plebei durante il regno dei Tarquini fossero diventati economicamente forti e potessero legarsi con le famiglie partizie.
Proprio per evitare questi legami, i patrizi rivendicavano la purezza della loro stirpe attraverso motivi religiosi. Infatti i plebei, non facendo parte delle genti, non partecipavano al culto cittadino, erano sgraditi agli dei e non sapendo leggere i segni divini non potevano esercitare l’imperium.
Gli stessi riti, come il matrimonio, erano differenti e nemmeno i plebei più abbienti avevano il conubium, la capacità matrimoniale che avrebbe permesso un legame e un’alleanza con le famiglie patrizie.
Le lotte per l’equiparazione fra patriziato e plebe
Le lotte di classe furono molto aspre per tutto il V e il IV secolo. Patrizi e plebei avevano interessi economici e politi diversi, forme religiose differenti e due opposte idee di Stato.
Le richieste dei plebei in breve erano le seguenti:
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assoluzione dei debiti e abolizione della schiavitù per morosità
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partecipazione alla divisione delle terre (ager publicus) sottratte ai nemici
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partecipazione alla politica
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riconoscimento del conubium
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messa per iscritto delle norme consuetudinarie per evitare l’arbitrio di magistrati e l’interpretazione dei pontefici
Nonostante le dure lotte non si arrivò mai alla scissione, poiché le due comunità separate sapevano di essere troppo deboli per fronteggiare i nemici quindi i contrasti sfociarono in una serie di patteggiamenti fino all’equiparazione politica delle due classi.
Organizzazione politica della plebe nella Roma repubblicana
Durante la secessione del 494 a.C. sul Monte Sacro, i plebei iniziarono ad organizzare la loro lotta anti-stato attraverso delle assemblee chiamate concilia plebis, prima improvvisate e poi strutturate per tribù.
A capo delle assemblee vi erano i tribuni plebis, dei rivoluzionari aiutati da una coppia di aedìles.
Gli edili custodivano l’edificio sacro e avevano funzione amministrativa.
É possibile pensare che i tribuni plebis fossero tribuni militi di origine plebea e che per questo fossero in grado di organizzare il popolo contro i patrizi. Il loro numero è un dato incerto e solo dalla metà del V secolo furono dieci.
Da un punto di vista dei compiti si occupavano inizialmente di difendere i plebei contro le decisioni ingiuste dei magistrati, ma svilupparono poi un potere di veto o intercessio nei confronti delle decisioni dei magistrati che potessero ledere gli interessi dei plebei acquisendo anche la facoltà di imporre sanzioni.
I concili dei plebei prendevano delle decisioni utilizzando lo strumento delle leges sacratae, dei giuramenti. Uno di questi riguardava l’inviolabilità del tribuno fino a punire l’offensore consacrandolo agli dei.
La forza e l’organizzazione politica dei plebei divenne tale da imporre il riconoscimento delle nuove strutture da parte degli organi della città, portando tribuni ed edili ad essere considerati magistrati e i concilia ad essere trattati quali organi costituzionali.
Per maggiori approfondimenti si consiglia la lettura di Elementi di storia del diritto romano di Giliberti Giuseppe, Ed. Giappichelli, il libro è disponibile anche usato qui.