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Aequitas e dignitas, la timocrazia, il censimento e gli equites

Aequitas e dignitas nella costituzione Repubblicana, lo strumento del censimento e la nuova aristocrazia degli equites.

Il concetto di aequitas e dignitas

Per aequitas nel mondo romano si intendeva l’eguaglianza di diritto, cioè davanti alla legge. Si trattava di un principio di giustizia generico che prevedeva che i casi simili venissero trattati in modo simile senza privilegi che discriminassero i cittadini.

Ovviamente questo non significava che non vi fossero delle discriminazioni, in questo caso legate alla struttura aristocratica, patriarcale e censitaria della comunità, ma queste non dovevano in alcun modo essere arbitrarie.




 

Questo concetto di libertà ed eguaglianza, non solo a Roma ma anche ad Atene, si contrapponeva però con la realtà: una civitas divisa in gruppi di diverso rango con differenti diritti e doveri. Le differenze giuridiche erano ancora più evidenti nell’ambito dei rapporti politici al punto che Dionigi d’Alicarnasso ricordava in un suo scritto come a Roma né le norme né i diritti politici fossero uguali per tutti. Ulpiano, durante il tardo Principato, scrisse invece che l’eguaglianza giuridica era valida essenzialmente solo tra individui dello stesso ceto, condizione e credito, a riprova che la dignitas sembrava valere di più dell’aequitas.

Nonostante la parificazione delle classi, i cittadini romani erano infatti inquadrati in classi di censo e, in base a queste, potevano vantare diritti e poteri diversi: le donne ad esempio non avevano diritti, gli ex schiavi non accedevano alle magistrature, mentre la nobilitas era superiore a chiunque altro per dignitas.

 
 

Il concetto di timocrazia: fra sovranità popolare e aristocrazia

Il sistema politico romano, pur riconoscendo la sovranità popolare, creò delle correzioni in favore dell’aristocrazia che deteneva la funzione politica. Questo modello di costituzione mista, come veniva chiamata da Polibio, non era però affatto democratico, ma sbilanciato verso l’aristocrazia che occupava il Senato e condizionava la magistratura.

Roma si presentava quindi come una Repubblica aristocratica con una nobilitas che, anche se soggetta a conferma elettorale e non ad un mero passaggio ereditario, aveva la pretesa di beneficiare di una supremazia ereditaria e consolidata nel tempo: la timocrazia come venne definita da Aristotele.

Per timocrazia (da timè = onore) si intende quindi una forma di governo popolare controllato dai notabili, la classe aristocratica. Secondo la costituzione timocratica romana i cittadini avevano una diversa dignitas, non erano tutti uguali e andavano divisi in classi socialmente e giuridicamente differenti in base alla ricchezza e alla dignità.

Nonostante il potere fosse in mano ai più ricchi il sistema non era basato su caste chiuse. Inoltre la situazione era giustificata dal fatto che chi aveva dei privilegi aveva anche più obblighi, ad esempio militari, nei confronti della collettività.

L’ideale di uguaglianza nella Roma repubblicana non era perciò aritmetico ma geometrico: i nobiles meritavano di trovarsi nella posizione privilegiata sia per il loro comportamento che per il valore dei loro antenati. Per questo motivo il Senato, l’assemblea della nobilitas, era considerato un organo superiore e di tutela nei confronti del popolo.

 
 

Il censimento: atto rituale per la ripartizione della popolazione

Il censimento era lo strumento rituale e giuridico che assegnava ai cittadini il posto che avrebbero occupato nella società per i successivi cinque anni.

La stima da parte dei censori era arbitraria e avveniva sia da un punto di vista materiale che morale, con effetti che possono essere riassunti nei seguenti punti:

Gli equites: l’aristocrazia del denaro

I cavalieri erano una sorta di seconda aristocrazia, un ceto di nuova formazione che fece la sua comparsa a partire dal II secolo a.C.

Questa categoria era basata sul censo e costituita dalle classi plebee più forti, come mercanti, finanzieri e appaltatori che sfruttavano le province romane.

I loro privilegi, riconosciuti dalla nobilitas, non nascevano quindi su base ereditaria ma derivavano dal successo economico, infatti da un punto di vista sociale erano inferiori ai senatori.

Mentre nel IV secolo il termine si riferiva a esponenti della nobilitas, nel II secolo la condizione di cavaliere prescindeva da quella di patrizio e si basava semplicemente su una ricchezza anche dieci volte superiore a quella della prima classe.

Il legame con l’esercito non era più militare ma fondato sulla partecipazione ad una parata annuale, mentre l’impegno principale era il business.

L’accesso a questa aristocrazia di tipo equestre era consentito dai censori o dai magistrati cum imperio. Questo nuovo rango rappresentò lo strumento di mobilitazione sociale dei plebei più ricchi e in questo modo alla nobilitas venne lasciato il potere politico, mentre ai cavalieri gli affari e sotto la guida di Caio Gracco anche la giustizia penale.

Per maggiori approfondimenti si consiglia la lettura di Elementi di storia del diritto romano di Giliberti Giuseppe, Ed. Giappichelli, il libro è disponibile anche usato qui.